di Maristella Iacoviello
Cara Italia,
così ti ritrovi un’altra volta a listare il tricolore di lutto, a vedere il pianto e lo strazio collettivo davanti a sei bare.
Avevamo partecipato di nuovo tutti insieme, stretti in un abbraccio il 6 aprile scorso, quando la terra ha tremato e anche lì abbiamo pianto, abbiamo incolpato e assolto. Già, perché adesso si fa giustizia anche dal salotto di casa, siamo giudici di un unico tribunale, la tivù. Cara Italia, anche oggi hai mostrato il tuo cuore (…) lacerato e straziato (è questo che mi rende orgogliosa di te), quando una parte del Paese, soprattutto i giovani, ha imparato un nuovo tormentone: “crisi economica”, “crisi dei mutui” e il termine “precariato”. Ad esso ormai ci si deve rivolgere come un santo, forse per chiedere la grazia del posto di lavoro. C’è chi manifesta per il posto di lavoro e abbiamo imparato che di lavoro si muore. Li chiamano “i mali sociali”, ma tu cara Italia sorridi solo d’estate, quando i tuoi lidi e le tue coste sono pullulanti di gente che per un po’ dimentica i tuoi problemi.
Ho imparato anche che con un colpo di bacchetta magica tutto si può risolvere: ho pensato al “nuovo miracolo italiano di Berlusconi”, alla ricostruzione in tempi brevi dell’Abruzzo, mentre ci si dimentica sempre più del Mezzogiorno d’Italia, diviso tra i problemi dell’occupazione e la politica del federalismo fiscale; ad una parte di Sud controllata dalla malavita organizzata, dalla crisi di occupazione e investimenti i tuoi politici lascerebbero gestire fiumi di denaro.
Sei un Paese pieno di contraddizioni: al Nord, dove si produce, parlano di “gabbie salariali”, forse l’operaio del Nord può avere cinque televisori perché la tecnologia ci ha imposto di essere decoderizzati. Ma il nonno del Nord è intelligente quanto quello del Sud? Sai, al Nord i tuoi vecchi vanno a giocare a bocce o a ballare, qui al Sud consumano le panchine. Si avrà il tempo per imparare a usare il decoder? E nel Sud ci saranno famiglie che potranno permettersi a malapena il televisore?
C’è la crisi, c’è chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, però tu ci vuoi come la società dell’immagine docet: belli, ricchi e tecnologizzati. Ad un giovane qualsiasi permetti di diventare qualcuno solo se sei amico di…; a un giovane come me e come altri insegni il significato della parola sacrificio-rinuncia.
Beh cara Italia, chissà quale altro male piangeremo, su cos’altro ci arrabbieremo e ci ergeremo a giudici superiori per emettere un verdetto che non lasci possibilità d’appello.
Ah, cara Italia, vorrei concludere lasciandoti con un pensiero positivo, ma le circostanze mi obbligano a dirti: alla bandiera tricolore, simbolo del tuo-nostro orgoglio (mi verrebbe da dire solo calcistico), aggiungine un quarto, il nero.
Con affetto, una patriota.






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