fonte: Piazzanews.it
di Francesco Di Candia
Non ci sono nuvole. Il cielo è terso. Spira una fresca tramontana. E’ estate piena (siamo al 6 di Agosto), l’evento è insolito, l’argomento ostico. Ma c’è gente. Tanta, già da quando arriviamo a Vico Balbo. Non capita spesso di vedere un pubblico così numeroso per la presentazione di un libro, specie in una sera di mezza estate. Ma il manifesto deve aver sortito il suo effetto, il passaparola anche.
Sono le 20,50: cominciamo. Bruno Bongermino, il presidente di Società e Progresso, associazione promotrice unica dell’incontro, legge un discorso breve, ma intenso: “Quando le amministrazioni sono assenti o latitano dobbiamo cercare di fare qualcosa per movimentare le serate estive”. Lo scopo della serata è informare: al centro il libro - inchiesta “La Città delle Nuvole” del giornalista altamurano Carlo Vulpio, già autore nel 2008 del poderoso “Roba Nostra”. Il dovere di informare: perché “l’ignoranza allieta l’ingordigia dei potenti”, constata amaramente il giovane presidente dell’associazione. Un’ignoranza determinata anche dal sistema mediatico italiano: “Chi è Carlo Vulpio? E’ una domanda (…) che ho posto a tanti amici nelle fasi di preparazione dell’incontro: pochissimi mi hanno saputo rispondere”: rivela il sottoscritto, che ha l’onore di introdurre la serata e gli ospiti.
E perché? La risposta è semplice: Vulpio è “poco noto – spiego - perché uno dei pochi giornalisti in Italia a seguire il canone di giornalismo rappreso nelle parole di Horacio Verbitsky: diffondere ciò che qualcuno non vuole che si sappia … additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto”. “Se in Italia il giornalismo fosse più cane da guardia della cittadinanza e meno cane da compagnia dei poteri forti, se il sistema dell’informazione italiano non fosse drogato da un duopolio televisivo, che determina l’agenda tematica dei cittadini, oscurando le notizie scomode e riducendosi spesso a megafono di propaganda, salvo rare meritorie eccezioni, allora Carlo Vulpio – concludo – sarebbe senz’altro più noto”. E tematiche come quelle legate alla “Città delle Nuvole”, senza dubbio più presenti all’interno del dibattito pubblico. Potrebbe apparire un romanzo, il libro in questione, ma il sottotitolo disambigua subito questa impressione: “La città delle Nuvole” è “un viaggio nel territorio più inquinato d’Europa”. “Non Chernobyl, come spesso mi rispondono quando chiedo quale sia questo territorio – confessa amaramente l’autore – ma Taranto”. Il prof. Marescotti di Peacelink, una delle prime associazioni a sollevare con forza il problema dell’inquinamento del capoluogo ionico e dintorni, snocciola i nudi e crudi dati in proposito: “il 92 per cento della diossina italiana prodotta nel 2007, 91,3 grammi, proviene da Taranto. In tutti questi anni si è depositata diossina sulla città per circa 9 kg, il triplo di quella che si depositò a Seveso nel 1976 con l’esplosione alla Icmesa”.
E le altre sostanze inquinanti? Tante: benzopirene, idrocarburi policiclici aromatici, policlorobifenili, piombo, mercurio, arsenico. Tutti elementi presenti in quantità eccessiva nell’aria, sul suolo, nell’acqua di Taranto. Tutte sostanze cancerogene e/o teratogene, responsabili dell’incremento di tumori che i medici degli ospedali tarantini annotano con pazienza e sgomento. Tutte sostanze prodotte dall’Ilva, ma anche dall’Eni e dalla Cementir, le grosse industrie insistenti su Taranto. Che fare allora? Per cominciare, bisogna adeguarsi ai limiti europei per l’emissioni di diossina di 0,4 nanogrammi per metro cubo d’aria, fissati dal protocollo di Aarhus: “In Friuli l’hanno fatto con un semplice decreto del funzionario ai Lavori Pubblici e Ambiente. In Puglia è stata sì approvata una legge in tal senso, ma è una legge ingannevole – denuncia Vulpio -. Con la successiva legge di interpretazione di questa legge, sembra uno scherzo, ma non lo è, si è fatto un passo indietro, perché non sono previsti campionamenti dell’aria in continuo, i soli efficaci, ma solo scaglionati nel tempo”. Ma l’Ilva non ha avvelenato solo l’aria di Taranto. Il suo effetto è stato pernicioso anche per le casse comunali: “Sembra incredibile, ma l’intero polo industriale tarantino non è stato mai, dico mai, sottoposto ad una ispezione fiscale da parte del Comune di Taranto fino a quella disposta nel 2008 dall’ex assessore al Bilancio Rossella Fischetti – rivela il giornalista del Corriere della Sera -. Da questa ispezione si è scoperto che l’Ilva e le altre industrie evadevano abitualmente l’Ici. L’Ici del Comune che ha fatto registrare il più clamoroso crack finanziario della storia d’Italia. Le somme degli anni precedenti il 2003, inoltre, - puntualizza Vulpio - non possono più essere esatte perché cadute in prescrizione”.
Oltre al danno, anzi oltre ai danni, la beffa. Il pubblico segue attento e attonito e, alla fine dell’intervento sferzante, a tratti provocatorio, del giornalista, ci sono diverse domande. “E in arrivo il referendum sulla chiusura totale o parziale dell’Ilva: cosa ne pensa Vulpio?”, quesito difficile. “Sono favorevolissimo al referendum che ritengo il più alto strumento di democrazia partecipata. E sono favorevole anche alla chiusura. Chiudendo l’Ilva i posti di lavoro possono essere recuperati nella bonifica dei siti”. D’altronde, annota il prof. Marescotti, “a Dinkia una città a Sud dell’India è in progettazione un impianto siderurgico che produrrà il doppio dell’acciaio prodotto dall’Ilva. L’India è un paese che importa acciaio – prosegue - e che con questo impianto potrà far fronte al suo fabbisogno interno molto più facilmente. Di conseguenza l’esportazioni verso l’India caleranno con evidenti ripercussioni sul mercato mondiale dell’acciaio. Sempre se la costruzione dell’impianto vada in porto. Perché i contadini locali si stanno battendo strenuamente per impedirne l’insediamento: sanno che un impianto del genere sarà la condanna a morte per l’economia rurale della zona”.
Sono le 23,10 l’evento, diserto dalla quasi totalità dei politici locali, è durato due ore e venti minuti. Il tavolino su cui erano adagiate le copie del libro è sgombro. Ci sono cittadini che ne reclamano una: dovranno passare da qualche libreria per acquistarla. Il cielo è terso. Non ci sono nuvole. Anche quelle del silenzio e della disinformazione per una sera sono state diradate.






09/09/2009 at 14:39 Permalink
C’e’ aria marcia a Laterza?
Gli ultimi dati dell’Oms parlano di un aumento vertiginoso, oltre la media nazionale, dei casi di tumore a pancreas e polmoni
È UN territorio che non esce dalla notte. E che non troverà soluzione. Quello che sta accadendo è grave, perché divengono straordinari i diritti più semplici: avere una strada accessibile, respirare aria non marcia, vivere con speranze di vita nella media di un paese europeo. Vivere senza dovere avere l’ossessione di emigrare o di arruolarsi. E’ una notte cupa quella che cala su queste terre, perché morire divorati dal cancro diviene qualcosa che somiglia ad un destino condiviso e inevitabile come il nascere e il morire, perché chi amministra continua a parlare di cultura e democrazia elettorale, comete più vane delle discussioni bizantine e chi è all’opposizione sembra divorato dal terrore di non partecipare agli affari piuttosto che interessato a modificarne i meccanismi. Si muore di una peste silenziosa che ti nasce in corpo dove vivi e ti porta a finire nei reparti oncologici di mezza Italia. Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la situazione campana è incredibile, parlano di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro. Pancreas, polmoni, dotti biliari più del 12% rispetto alla media nazionale. La rivista medica The Lancet Oncology già nel settembre 2004 parlava di un aumento del 24% dei tumori al fegato nei territori delle discariche e le donne sono le più colpite. Val la pena ricordare che il dato nelle zone più a rischio del nord Italia è un aumento del 14%. Ma forse queste vicende avvengono in un altro paese. Perché chi governa e chi è all’opposizione, chi racconta e chi discute, vive in un altro paese. Perché se vivessero nello stesso paese sarebbe impensabile accorgersi di tutto questo solo quando le strade sono colme di rifiuti. Forse accadeva in un altro paese che il presidente della Commissione Affari Generali della Regione Campania fosse proprietario di un’impresa - l’Ecocampania - che raccoglieva rifiuti in ogni angolo della regione e oltre, e non avesse il certificato antimafia. Eppure non avviene in un altro paese che i rifiuti sono un enorme business. Ci guadagnano tutti: è una risorsa per le imprese, per la politica, per i clan, una risorsa pagata maciullando i corpi e avvelenando le terre. Guadagnano le imprese di raccolta: oggi le imprese di raccolta rifiuti campane sono tra le migliori in Italia e addirittura capaci di entrare in relazione con i più importanti gruppi di raccolta rifiuti del mondo. Le imprese di rifiuti napoletane infatti sono le uniche italiane a far parte della EMAS, francese, un Sistema di Gestione Ambientale, con lo scopo di prevenire e ridurre gli impatti ambientali legati alle attività che si esercitano sul territorio. Se si va in Liguria o in Piemonte numerosissime attività che vengono gestite da società campane operano secondo tutti i criteri normativi e nel miglior modo possibile. A nord si pulisce, si raccoglie, si è in equilibrio con l’ambiente, a sud si sotterra, si lercia, si brucia. Guadagna la politica perché come dimostra l’inchiesta dei Pm Milita e Cantone, dell’antimafia di Napoli sui fratelli Orsi (imprenditori passati dal centrodestra al centrosinistra) in questo momento il meccanismo criminogeno attraverso cui si fondono tre poteri: politico imprenditoriale e camorristico - è il sistema dei consorzi. Il Consorzio privato-pubblico rappresenta il sistema ideale per aggirare tutti i meccanismi di controllo. Nella pratica è servito a creare situazioni di monopolio sulla scelta di imprenditori spesso vicini alla camorra. Gli imprenditori hanno ritenuto che la società pubblica avesse diritto a fare la raccolta rifiuti in tutti i comuni della realtà consorziale, di diritto. Questo ha avuto come effetto pratico di avere situazioni di monopolio e di guadagno enorme che in passato non esistevano. Nel caso dell’inchiesta di Milite e Cantone accadde che il Consorzio acquistò per una cifra enorme e gonfiata (circa nove milioni di euro) attraverso fatturazioni false la società di raccolta ECO4. I privati tennero per se gli utili e scaricarono sul Consorzio le perdite. La politica ha tratto dal sistema dei consorzi 13.000 voti e 9 milioni di euro all’anno, mentre il fatturato dei clan è stato di 6 miliardi di euro in due anni. Ma guadagnano cifre immense anche i proprietari delle discariche come dimostra il caso di Cipriano Chianese, un avvocato imprenditore di un paesino, Parete, il suo feudo. Aveva gestito per anni la Setri, società specializzata nel trasporto di rifiuti speciali dall’estero: da ogni parte d’Europa trasferiva rifiuti a Giugliano-Villaricca, trasporti irregolari senza aver mai avuto l’autorizzazione dalla Regione. Aveva però l’unica autorizzazione necessaria, quella della camorra. Accusato dai pm antimafia Raffaele Marino, Alessandro Milita e Giuseppe Narducci di concorso esterno in associazione camorristica ed estorsione aggravata e continuata, è l’unico destinatario della misura cautelare firmata dal gip di Napoli. Al centro dell’inchiesta la gestione delle cave X e Z, discariche abusive di località Scafarea, a Giugliano, di proprietà della Resit ed acquisite dal Commissariato di governo durante l’emergenza rifiuti del 2003. Chianese - secondo le accuse - è uno di quegli imprenditori in grado di sfruttare l’emergenza e quindi riuscì con l’attività di smaltimento della sua Resit a fatturare al Commissariato straordinario un importo di oltre 35 milioni di euro, per il solo periodo compreso tra il 2001 e il 2003. Gli impianti utilizzati da Chianese avrebbero dovuto essere chiusi e bonificati. Invece sono divenute miniere in tempo di emergenza. Grazie all’amicizia con alcuni esponenti del clan dei Casalesi, hanno raccontato i collaboratori di giustizia, Chianese aveva acquistato a prezzi stracciati terreni e fabbricati di valore, aveva ottenuto l’appoggio elettorale nelle politiche del 1994 (candidato nelle liste di Forza Italia, non fu eletto) e il nulla osta allo smaltimento dei rifiuti sul territorio del clan. La Procura ha posto sotto sequestro preventivo i beni riconducibili all’avvocato-imprenditore di Parete: complessi turistici e discoteche a Formia e Gaeta oltre che di numerosi appartamenti tra Napoli e Caserta. L’emergenza di allora, la città colma di rifiuti, i cassonetti traboccanti, le proteste, i politici sotto elezione hanno trovato nella Resit con sede in località Tre Ponti, al confine tra Parete e Giugliano, la loro soluzione. Sullo smaltimento dei rifiuti in Campania ci guadagnano le imprese del nord-est. Come ha dimostrato l’operazione Houdini del 2004, il costo di mercato per smaltire correttamente i rifiuti tossici imponeva prezzi che andavano dai 21 centesimi a 62 centesimi al chilo. I clan fornivano lo stesso servizio a 9 o 10 centesimi al chilo. I clan di camorra sono riusciti a garantire che 800 tonnellate di terre contaminate da idrocarburi, proprietà di un’azienda chimica, fossero trattate al prezzo di 25 centesimi al chilo, trasporto compreso. Un risparmio dell’80% sui prezzi ordinari. Se i rifiuti illegali gestiti dai clan fossero accorpati diverrebbero una montagna di 14.600 metri con una base di tre ettari, sarebbe la più grande montagna esistente ma sulla terra. Persino alla Moby Prince, il traghetto che prese fuoco e che nessuno voleva smaltire, i clan non hanno detto di no. Secondo Legambiente è stata smaltita nelle discariche del casertano, sezionata e lasciata marcire in campagne e discariche. In questo paese bisognerebbe far conoscere Biùtiful cauntri (scritto alla napoletana) un documentario di Esmeralda Calabria, Andrea D’Ambrosio e Peppe Ruggiero: vedere il veleno che da ogni angolo d’Italia è stato intombato a sud massacrando pecore e bufale e facendo uscire puzza di acido dal cuore delle pesche e delle mele annurche. Ma forse è in un altro paese che si conoscono i volti di chi ha avvelenato questa terra. E’ in un altro paese che i nomi dei responsabili si conoscono eppure ciò non basta a renderli colpevoli. E’ in un altro paese che la maggiore forza economica è il crimine organizzato eppure l’ossessione dell’informazione resta la politica che riempie il dibattito quotidiano di intenzioni polemiche, mentre i clan che distruggono e costruiscono il paese lo fanno senza che ci sia un reale contrasto da parte dell’informazione, troppo episodica, troppo distratta sui meccanismi. Non è affatto la camorra ad aver innescato quest’emergenza. La camorra non ha piacere in creare emergenze, la camorra non ne ha bisogno, i suoi interessi e guadagni sui rifiuti come su tutto il resto li fa sempre, li fa comunque, col sole e con la pioggia, con l’emergenza e con l’apparente normalità, quando segue meglio i propri interessi e nessuno si interessa del suo territorio, quando il resto del paese gli affida i propri veleni per un costo imbattibile e crede di potersene lavare le mani e dormire sonni tranquilli. Quando si getta qualcosa nell’immondizia, lì nel secchio sotto il lavandino in cucina, o si chiude il sacchetto nero bisogna pensare che non si trasformerà in concime, in compost, in materia fetosa che ingozzerà topi e gabbiani ma si trasformerà direttamente in azioni societarie, capitali, squadre di calcio, palazzi, flussi finanziari, imprese, voti. E dall’emergenza non si vuole e non si po’ uscire perché è uno dei momenti in cui si guadagna di più. L’emergenza non è mai creata direttamente dai clan, ma il problema è che la politica degli ultimi anni non è riuscita a chiudere il ciclo dei rifiuti. Le discariche si esauriscono. Si è finto di non capire che fino a quando sarebbe finito tutto in discarica non si poteva non arrivare ad una situazione di saturazione. In discarica dovrebbe andare pochissimo, invece quando tutto viene smaltito lì, la discarica si intasa. Ciò che rende tragico tutto questo è che non sono questi i giorni ad essere compromessi, non sono le strade che oggi solo colpite delle “sacchette” di spazzatura a subire danno. Sono le nuove generazioni ad essere danneggiate. Il futuro stesso è compromesso. Chi nasce neanche potrà più tentare di cambiare quello che chi li ha preceduti non è riuscito a fermare e a mutare. L’80 per cento delle malformazioni fetali in più rispetto alla media nazionale avvengono in queste terre martoriate. Varrebbe la pena ricordare la lezione di Beowulf, l’eroe epico che strappa le braccia all’Orco che appestava la Danimarca: “Il nemico più scaltro non è colui che ti porta via tutto, ma colui che lentamente ti abitua a non avere più nulla”. Proprio così, abituarsi a non avere il diritto di vivere nella propria terra, di capire quello che sta accadendo, di decidere di se stessi. Abituarsi a non avere più nulla.
di Roberto Saviano
10/09/2009 at 15:51 Permalink
Ormai, ci resta poco di pulito, neppure l’aria che respiriamo.
In Italia non c’è mai stata l’abitudine a fare l’opposizione. L’opposizione si è persa tanti anni fa. Per la precisione dagli anni ‘70 in avanti l’opposizione è praticamente finita. All’epoca c’era il compromesso storico, che a volte era dichiarato con il famoso “Governo Andreotti” della «solidarietà nazionale», e comunque la Dc non osava muovere un passo senza prima chiedere il permesso all’opposizione comunista. Così nascevano leggi che erano frutto dell’ubriacatura di quei tempi: dalla legge sull’equocanone alla legge sui manicomi, eccetera. Per cui in realtà c’erano scambi a livello legislativo e in cambio l’opposizione votava la maggior parte delle leggi di spesa, dopo aver ottenuto favori per le imprese amiche, per le amministrazioni amiche. Quindi le amministrazioni locali erano in parte in mano alle giunte rosse e il governo nazionale in mano al pentapartito. Ora questa generazione di reduci del vecchio partito comunista non ha mai visto fare l’opposizione davvero, e quindi non la sa fare. Non sono abituati, non hanno gli strumenti culturali e politici per fare una opposizione frontale e dura. E poi c’è una parte dell’opposizione a cui manca proprio la voglia, la possibilità di farla: quando tu hai una politica inquinata dai ricatti incrociati, quando hai dei partiti che non hanno mai voluto fare i conti con Tangentopoli, ma hanno preferito rimuoverne il ricordo ammucchiando l’immondizia sotto i tappeti e facendo finta di non vedere, facendo in modo che non si vedesse qual era il suo ruolo centrale nel sistema della corruzione, allora hai comunque delle persone sotto ricatto. Persone che hanno commesso reati insieme ad altre che magari sono state scoperte, e da queste vengono o possono essere ricattate.
E’ una constatazione molto amara ma purtroppo realistica, perché la misura dell’avversario politico la dai sulla sua ricattabilità: tu prendi le misure al tuo avversario politico sapendo in anticipo fino a dove potrà arrivare il suo grado di ostilità e di opposizione. E’ la ragione per cui personaggi come Cofferati vengono visti come degli estranei, come delle minacce: perché non sono ricattabili! E quindi, quando uno non è ricattabile, non si sa come misurarlo, da che parte prenderlo. Non ha partecipato ad un passato nella consociazione, quindi nessuno gli può tirare fuori un argomento persuasivo per farlo stare buono.
Per questo la speranza di rinnovamento della politica dal suo interno è soltanto un’illusione e l’unico strumento a nostra disposizione è il voto. Una lista di cittadini senza partito, con tutti gli accorgimenti necessari ad evitare una nuova deriva partitocratica. È l’unica strada: per realismo politico.
L’alternativa politica è debole e poco limpida e anzi si tratta di una sorta di doppio, invece che un reale avversario, perche’ uniti insieme dallo stesso intreccio di interessi economici, lontani anni luce dalle esigenze della gente comune.
Le vicende degli ultimi giorni dimostrano il cinismo di questa politica che specula amaramente anche su un diritto fondamentale, quello alla salute.
Quello strumento che, a volte, diventa indispensabile nella lotta tra la vita e la morte.
15/09/2009 at 16:06 Permalink
Ci siamo anche noi…..
«Gli altri scafi a Metaponto e Maratea». Il perito: nella zona sono aumentati i tumori
[TESTO MODIFICATO DAGLI AUTORI DEL BLOG]
In seguito era riportato un testo coperto da diritti d’autore, pertanto il commento è stato moderato.
Potete leggere l’articolo al link http://www.corriere.it/cronache/09_settembre_15/navi_affondate_porqueddu_macri_48f7e9ac-a1c0-11de-a593-00144f02aabc.shtml direttamente dal sito del Corrire della Sera
La Redazione
18/09/2009 at 07:26 Permalink
Guardate le tabelle del sito http://icasualties.org/oef/:
finora sono morti in Afghanistan 1400 soldati, e ogni anno ne muoiono di piu’. Siamo a settembre e sono morti gia’ piu’ soldati che in tutto il 2008.
E le vittime civili?
Di quelle si e’ davvero perso il conto, ma Wikipedia stima che siano tra 8 e 12 mila persone, facciamo 10mila per fare i conti piu’ agevolmente.
http://en.wikipedia.org/wiki/Civilian_casualties_of_the_War_in_Afghanistan_%282001%E2%80%93present%29
Senza Parole.
21/09/2009 at 11:23 Permalink
C’è gente, che dice di volere la libertà, ma a patto che non sia generata dalle due sole condizioni che la renderebbero autenticamente sacra: la giustizia e l’ordine, le due condizioni che dovrebbero essere messe a base di qualsiasi loro collaborazione di governo o di maggioranza, comunque contenuta. Esistono persone che, pure avendo a cuore la propria probità e pure praticandola, preferiscono, a governarle, i disonesti ai puri, i tolleranti agli intransigenti. È rimasta, in molti italiani , l’abitudine antica di disprezzo per chi governa, il gusto del ricatto potenziale, il piacere di dirsi che «se volesse» potrebbe sempre trovare il modo di farcela. Non è dunque la libertà - figlia, come dicevamo della giustizia e dell’ordine - che certa gente teme di perdere: è la facilità, l’arbitrio, io compromesso, la corruzione e, al limite, il furto, dei quali è in fondo contenta. Se è gente per bene, le colpe degli altri le consentono un senso di superiorità che è anch’essa a suo modo una ingiustizia. Se non è per bene, ha in alto dei compari costretti a lasciarla impunita. La libertà, fa paura, se è resa, perché essa non è soltanto ordine e giustizia, è anche uguaglianza.