di Giuseppe De Biasi
Il grande critico cinematografico Serge Daney non apprezzava il fenomeno “we are the world”, non si fidava di tanti cantanti ricchissimi che cantavano contro la fame nel mondo. Nel senso che non c’era una vera denuncia, si ascoltava la canzonetta, ci si sentiva più buoni, una specie di lassativo morale, una purga ben confezionata. La versione italiana per il terremoto in Abruzzo mi fa lo stesso effetto, a parte l’orribile canzone (almeno quella americana era piacevole e orecchiabile) siamo davanti allo stesso fenomeno patinato, liscio, pulito, da studio di registrazione, sciolto dal contesto drammatico, dove “l’industria del senso di colpa”, ci rifila una canzonetta (…) al posto dell’indignazione etica, una ”catarsi nazionale” con la quale ci si lava la coscienza, e qualche euro piove dall’alto sulle macerie, mentre nessuno osa fare una canzone dove si “cantano” i nomi dei responsabili, dove si canta lo scandalo del cinismo di chi metteva sabbia per costruire case pensando solo al profitto e fregandosene della vita degli altri. A questo proposito è esemplare un passaggio nel testo della canzone quando si dice ” con un po’ di fortuna si può
dimenticare”. Dimenticare? Fortuna? Renato Zero, Pino Daniele, Nannini, ma vi si è fumato il cervello? Questi sono concetti atroci di una canzone reazionaria, una grande bufala mediatica, e voi vi prestate a questa presa per i fondelli. Fate canzoni prima dei disastri, canzoni di denuncia, canzoni scomode, usate gli studi di registrazione anche per innescare una vera rivolta morale, e non per mandarci a letto con la coscienza a posto, grazie. Grazie anche ad Agorà se vorrà pubblicarmi.
p.s.:E avete rotto le palle anche con le “partite del cuore”.
il video della canzone “incriminata”:






06/07/2009 at 22:28 Permalink
Ritengo inopportuno e sconsiderato questo articolo. Anzitutto la “personalizzazione” mediatica la ritengo poco adatta al contesto. Che al signor Giuseppe (sarà mica mio zio?!) la canzone non piaccia, non fa una grinza, ma di qui a pubblicarne un giudizio ce ne passa. In secondo luogo, volevo semplicemente far notare come si, magari alcune frasi del brano risultano inopportune, parlare di fortuna a chi è crollato il mondo addosso può non essere corretto, ma volevo far notare anche che il brano non è un cd pubblicato per guadagnare li dove la natura ha deciso di far susseguire avvenimenti negativi. Il brano è di per se un modo come tanti per raccogliere fondi, in maniera pulita, diretta e, anche se poco ortodossa, comunque molto efficace.
Invece secondo mio parere, se di dispendio e di indignazione dobbiamo parlare, parlerei di quegli sms di aiuto che si spediscono, che, se pur in beneficienza, vengono comunque tassati, quindi riversano il loro 20% nelle casse dello stato, cosa che, in certi casi, sarebbe più “estetico” e corretto evitare. Questa può, a mio parere, ritenersi indignazione. Non quella di chi di mestiere fa il musicista e mette a disposizione se stesso per fare da tramite ad un processo ben più complesso del suo lavoro.
P.S. le partite del cuore saranno pure noiose, ma anche li, la beneficenza ha bisogno di quei mezzi per progredire.
07/07/2009 at 12:04 Permalink
Il tuo commento potrà risultare condivisibile ai più, ma questa è una opinione personale di un lettore di Agorà, che ha avuto il bisogno di renderla pubblica.
La “personalizzazione” mediatica è proprio quello che noi, redattori di Agorà, con questo blog abbiamo intenzione di realizzare. Innescare una discussione, su temi condivisi, è quello che da sempre ci siamo impegnati a sviluppare stilando il nostro periodico. L’articolo, anche se contesta in maniera chiara “l’industria del senso di colpa”, rappresenta il pensiero di chi l’ha scritto (e sopratutto l’ha firmato, cosa non da poco in questo paese in cui nessuno ama firmarsi).
Con questo chiudo! A presto e continuate a leggere AgoraLaterza!
Antonio